ROTONDELLA

ROTVNDA MARIS – ROTONDELLA

La città del barone Astorgio Agnese

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel 1515 Rotondella non esisteva come paese.

Era una difesa disabitata e fu concessa come territoria  (luoghi non abitati ) a Giovanna Sanseverino, contessa di Marsico,vita natural durante. Dopo la sua morte passò a Roberto Sanseverino , principe di Salerno.

Dell’antico centro abitato di Rotunda Maris, distinto dall’altro centro abitato di Trisaia, non era che rimasto il nome di Rotunda , il nome con cui veniva designata la difesa (opera di protezione e fortificazione di un territorio)

Ma proprio in quegli anni, il principe di Salerno, Ferrante Sanseverino , ultimo principe di Salerno , stava costruendo sulla collina , un castrum fortificato, sfruttato esclusivamente ai fini della pastorizia, perché durante l’inverno vi affluivano greggi anche da Lauria e Lagonegro, nonché da luoghi vicini.

 

 

 

 

 

(stemma della famiglia Agnese)

Era una pastorizia su cui si era esteso il controllo della Dogana di Foggia  come su tutto la pianura del Metapontino.

Del palazzo costruito dal Sanseverino rimane oggi nella sua integrità , quella che si chiama la torre di avvistamento usata come carcere fino al 1980 circa,e successivamente restaurato negli anni ’90 la cui base è stata adibita a Biblioteca Comunale dedicata ad un sindaco del paese il prof. Mario Dimatteo.

               

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 torre di guardia e avvistamento               ristrutturata negli anni ‘90

Intorno a tale palazzo, in cui risiedevano gli ufficiali del Sanseverino, si raccolsero i primi abitanti attratti dalla possibilità di ottenere appezzamenti di terreno da coltivare con facilitazioni varie.

Intorno alla nascita del paese vi sono testimonianze sicure, che ne fissano persino l’anno.

Nello anno 1518 se accomenzò ad habitar la terra de la Rotondella come scrive l’arciprete don Francesco Antonio Stigliano, che pare sia stato il primo prete rotondellese della comunità.

Il documento è del 1587 e da esso si rileva che i primi abitanti furono tre ufficiali che badavano agli interessi del principe di Salerno, destinati soprattutto a riscuotere le fide e diffide dei pascoli delle difese di Rotonda e Trisaia , anch’essa disabitata fino al XIV secolo.

Un’altra prova ci viene da quando scrive il frate calabrese di Cropani (CS) Giovanni Fiore nel suo libro  Calabria illustrata, edito a Napoli nel 1691.

Il Fiore era un monaco che visitò tutte le terre della Calabria, che per lui terminava al fiume Sinni, raccogliendo dalla viva voce degli abitanti dei luoghi notizie sull’origine dei paesi, sulle condizioni di vita degli stessi e su quanto altro gli fosse riferito e gli sembrasse interessante annotare.

Così scrive:

Rotonda del Mare volgarmente chiamata Rotondella….   E’ terra nuovamente edificata dalle rovine di Presinacio e la sua edificazione cominciò nel 1518 e fu sempre sotto il dominio del principe di Salerno e dopo passò per titolo di compra nella famiglia Agnese del Cardinale e da questi passò al duca di Ielsi della famiglia Carafa.

Questa terra è di amplissimo territorio e tiene sotto di sé diverse ville e feudi come sono Presinacio antico, Gallinico e Rodiano, terre distrutte.

Tiene anche sotto di sé la terra di Fabalio, la quale è di sua giurisdizione, nella quale vi è un inespugnabile castello ed è molto popolata la detta terra della Rotondella in progresso di tempo è cresciuta di molto popolo assai comodo ed al presente ne è padrone don Geronimo Calà de Tapia, duca di Diano, il quale forma in detta contrada uno stato congiungendo queste terre e ville con quelle di Nocara , Canna, Roseto, che confinano l’una con l’altra.

Astorgio Agnesi , morto nel settembre 1660 disponeva che della sua eredità 2.250 ducati fossero destinati al Convento di Rotondella da lui fondato per un voto e 50 ducati annui che servissero ai bisogni e al mantenimento del Monastero .

Era nipote di Astorgio Agnese il vecchio, che comprò il feudo di Rotunda con il mulino di Tascione nel 1538 per 5.000 ducati.

Nel 1540 il vecchio Agnese ampliò il mulino raddoppiandolo e in seguito dotandolo  anche di valchiera per lavare e tingere i panni.

Nel 1568 Astorgio Agnese il vecchio , con un suo testamento, decise che fossero eredi i figli Fabrizio e Camillo.

*Fabrizio , venne nominato erede di tutti i suoi feudi e ragioni feudali.

 *Camillo  ,divenne erede di tutti i suoi beni stabili e burgensatici e proprietà site nella terra di Benevento, con la condizione che non dovesse avere vita militiae sui beni feudali.

Dispose inoltre che i due figli per il momento rimanessero uniti, sotto la guida di Giulia Mele, loro madre , perché insieme pagassero i debiti dell’eredità.

Astorgio Agnese divenne barone di Rotondella il 1618 alla morte del padre Fabrizio.

Si era sposato nel 1597 con Giulia Mele e  si adoperò in tante attività economiche , intensificando le industrie che la famiglia aveva sempre esercitato in Rotondella, dove teneva un rappresentante e curatore di affari di Napoli, che si era stabilito nel paese con la famiglia.

Egli continuò a coltivare la masseria della corte (alla base della collina dove fu ritrovata la prima sorgente di acqua conosciuta tuttora come pozzo Mercurio dal nome di un contadino chiamato Mercurio Comparato), e dove teneva anche una mandria di vaccini nel Vaccherone, che poi spostò in contrada Destra , ove praticava anche l’industria dei formaggi. Successivamente poiché l’acqua era infestata di sanguisughe e non buona da bere per animali e persone,si scavò una seconda sorgente sempre alla base della collina verso la seconda metà del ‘700 che fu chiamata fontana della Mortella (forse per la presenza di un albero di Mortella)che è servita per molti anni a dare acqua alla popolazione del paese che doveva scendere e salire la collina per attingere acqua.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A partire dal 1634, egli prese in fitto anche il feudo di Favale,  e lo affidò ad un socio amministratore di Tursi.

La sola semina dei cereali non era l’unica attività dei Rotondellesi , perché già si coltivava nella contrada Tascione,  utilizzando per l’irrigazione l’acqua che animava il mulino, il cotone , che era l’unico genere che si vendesse con una certa facilità.

Alcuni poi, già da tempo , avevano cominciato a coltivare il cotone (‘a vammac_) nella parte irrigua di Caramola e man mano che diminuivano i Tursitani, subentravano quelli di Rotondella.

La presenza dei piccoli commercianti di Giffoni Valle Piana(SA) era dovuta soprattutto al commercio del cotone.

Non a caso i piccoli appezzamenti di Caramola saranno detti bambaciare, e in dialetto, vammacar_, cioè terreni coltivati a bambagia.

Si trattava di un timido inizio , che avrebbe portato alla sostituzione completa, dopo il 1680, dei coloni rotondellesi a quelli di Tursi, ma anche di Bollita, di Favale e di Rocca Imperiale , nelle tenute di Trisaia e Caramola, non solo nella coltivazione del cotone, ma anche nel dissodamento delle terre e nella loro messa a coltivazione a cereali.

Molto egli fece per i cittadini di Rotondella che si rivolgevano all’Agnese per ogni loro occorrenza in Napoli senza versare odiosi interessi per il pagamento dei pesi fiscali.

Anche la moglie dimostrava comprensione e benevolenza soprattutto verso le donne di Rotondella, alcune delle quali si rivolgevano a lei per ottenere sgravi sul pagamento di fitti di case o altro.

Probabilmente Astorgio e Claudia , anche se avevano costruito un palazzo in Rotondella, vennero al paese poche volte , ma dimostrarono di avere molta cura per questa terra..

La nuova Chiesa parrocchiale o Madre di S.Maria delle Grazie , risulta aperta al culto fin dal 1587, ma era allora costruita dalla sola navata centrale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La chiesa fu iniziata dopo il 1580 .

La popolazione fece allora lo sforzo di dotarla di un organo e di un orologio che suonava le ore, senza l’intervento di benefattori esterni, anche perché il barone dell’epoca, Ciro Ulloa , era tutto dedito a sfruttare il territorio e  la popolazione stessa.

Piccole somme furono offerte dal Pio Monte dei Morti, il quale sostenne nel 1755 la spesa degli embrici e dette come acconto ai falegnami di Latronico 21 carlini per la fattura della porta.

Fra la fine del ‘600 e l’inizio del ‘700  l’edicola fu ampliata fino a diventare una cappella, così come oggi appare, con la sua armoniosa facciata.

Ad essa fu legata la congregazione dei laici, che per loro devozione, istituirono un Monte frumentario di 200 tomoli di grano, che ogni anno veniva prestato a coloni poveri, almeno finchè le cose funzionarono, per la semina, con l’interesse di uno stoppello per tomolo.

(la istituzione del Monte frumentario e della relativa Congregazione dei laici, che lo gestiva,fu sicuramente sollecitata e promossa dal vescovo Giulio Capece Scondito, in visita pastorale subito dopo il 1735.)

Egli fu uno dei migliori vescovi della diocesi per la sua attività caritativa e per il suo desiderio di migliorare le qualità culturali e morali del clero)

La cappella di S.Rocco fu fatta edificare verso la fine del 1600 dalla famiglia Fortunato.

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

Nel 1800 sostituirà la cappella della Santissima Annunziata come destinataria di tanti ex-voto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ultima cappella, quella delle anime del Purgatorio o del Carmine, sorse intorno al 1730 ad opera del sacerdote don Giuseppe La guardia che era nato nel 1681 da Giovanni Paolo e Laura D’Amato , che la dotò di due piccole case, addossate ad essa, di una rendita di 34 carlini e di 35 tomoli di grano, che costituivano un piccolo Monte frumentario.

Da questa cappella si snoda la strada , lungo il pendio della collina che prenderà il nome di pett_  ru_ Pr_gatori_j.

 

 

 

 

 

 

 

Astorgio Agnese j. erede di Fabrizio, barone di Rotondella a pieno titolo dal 1618, nel 1628 vendette il feudo di Rotondella ad Eligio Carafa che era suo cognato per 40.000 ducati.

Subito dopo Astorgio morì  e il 12 novembre 1660 il Reverendissimo padre don Paolo de Guevara,  si presentò a Rotondella per prendere possesso di beni burgensatici o allodiali di Astorgio Agnese che consistevano nel palazzo che si era costruito a Rotondella per essere l’alloggio dei suoi rappresentanti d’affari o agenti e corrisponde all’attuale palazzo Rondinelli con ingresso in via Roma dove si può notare lo stemma della famiglia Agnesi del tutto identico a quello che si osserva sul portale della chiesa del Convento.

 

 

 

 

 

 

 

ASTORGIUS  AGNESIS  PERVETUSTAE  SUAE  GENTIS  NOVISSIMUS

UT  QUOD  EXTRUXERE  MAJORES  OPPIDUM  EXORNARET  INSIGNI  PIETATIS  MONUMENTO

COENOBIUM  HOC  ANTONIO  PATAVINO  SACRUM  A  FUNDAMENTIS  AERE  SUO EXCITAVIT

ADAUCTA HINC DEI GLORIA

AMPLIFICATA OPPIDANARUM RELIGIO QUAESITUM OPPIDO IPSI DECUS

HOC ILLI EIUS OPERAE PRETIUM

PORRO  PERENNE BENEFICIUM  ABUNDE COMPENSABUNT CIVES FUSIS PRECIBUS

PRO IPSO ATQUE UNANIMI CONIUGE CLAUDIA CAPYCIA PISCICELLA

ANNO RESTITUTI ORBIS 1652


(Astorgio Agnese , ultimo di sua gente antichissima, per adornare con un monumento insigne di pietà la città che gli antenati suoi edificarono, fece innalzare dalle fondamenta a sue spese questo monastero consacrato a S.Antonio da Padova. Di qui accresciuta la gloria di Dio, esaltato il sentimento religioso dei cittadini, il decoro desiderato per lo stesso paese. Questo per lui il prezzo della sua opera. In avvenire i cittadini compenseranno abbondantemente il perenne beneficio con continue preghiere in suo favore e in favore della sua unanime sposa Claudia Capece Piscicelli.

Nell’anno del Signore 1652)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questa è l’epigrafe che si legge sul portale della Chiesa del CONVENTO  che si iniziò a costruire nel 1650 e venne ultimato dopo il 1661.

Infatti nel suo testamento Astorgio Agnese , morto nel settembre 1660 , disponeva che della sua eredità, 2.250 ducati fossero destinati al Convento di Rotondella, da lui fondato per un voto.

1.500 per finire la fabbrica e 750 perché gli interessi di essi, pari a 50 ducati annui , servissero ai bisogni e al mantenimento del monastero.

Inoltre egli pregava il signor Governatore dell’Oratorio della casa di S.Paolo in Napoli  di procurare che nel monastero fossero installati i Padri Riformati e solo se ciò non fosse possibile ci potessero rimanere quelli che allora già vi erano, gli Agostiniani.

E nelle vicinanze fu assegnato un pezzo di terra che costituì l’Orto dei monaci che fu utilizzato e coltivato dai monaci stessi del Convento.

Con la morte di Astorgio era finita per Rotondella l’esperienza con gli Agnese,

che tutto sommato, se non con generosità, si erano comportati più o meno umanamente con i loro vassalli,aiutandoli nei bisogni senza pur nulla regalare, e non si può dimenticare infine la costruzione del Convento, un’opera meritoria che, secondo Astorgio avrebbe dovuto ornare il paese ed esaltarne il sentimento religioso, un beneficio perenne da cui gli sarebbero venute continue preghiere in suffragio della sua anima, ma gli abitanti non hanno saputo conservarlo, sia per incuria che per puro atto di vandalismo.

Certamente in seguito il paese non avrebbe avuto baroni più benevoli, perché con don Girolamo Calà de Tapia, che possiamo considerare il successore di Astorgio, si cominciò a far sentire l’oppressione baronale.

Quella dei Calà era una famiglia in certa misura nobile, anche se non di alto rango, di Castrovillari.

Il primo personaggio importante di questa casata fu Carlo Calà, fratello maggiore di Girolamo.

Non ebbe figli e lasciò eredi i nipoti Carlo e Girolamo.

Carlo Calà , sposatosi con una spagnola della nobile famiglia Ossario e alla sua morte ,prematura, lasciò la moglie erede usufruttuaria dei suoi beni feudali , trascurando i diritti del fratello Girolamo, anche lui senza figli.

Quest’ultimo fu un giurista più accorto e divenne giudice della Gran Corte della Vicaria.

Sposatosi con una  nobile della famiglia Castromediani di Lecce, non ebbe figli, per cui lasciò suo erede Adriano Ulloa y Lanzina, che nel suo cognome aggiunse anche il cognome dei Calà.

La famiglia degli Ulloa era una famiglia venuta dalla Spagna intorno al 1650 a con don Felice, dottore in legge che era stato destinato a riorganizzare la Dogana di Foggia, che era caduta in grave disordine e risultava poco proficua per il governo, riuscì molto bene nel suo compito.

Da lui nacque Adriano, che, nel 1689, fu creato , da Carlo II, duca di Lauria.

Si consideri la condizione di quella che dovrebbe essere la famiglia nobile per eccellenza in Rotondella, quella degli Albisinni.

Il sacerdote Stigliano così scrive sui fatti del 1556:

Nello anno 1556, ultimo de magio la ditta terra fu prisa da  Turchi…………………

Per difesa contro tali incursioni erano state costruite le torri costiere, come, per quanto riguarda il nostro territorio, quella di Rocca Imperiale, di Bollita, di Trisaia e di S.Basile.

Quella di Bollita era l’attuale torre Battifarano, quella della Trisaia si trovava alla foce del Sinni.

(nella relazione del Gaudioso , alla voce Policoro, si parla di terre coltivabili, pascoli e bosco acquoso, poi dice ‘’ vi sono vari cavallari per custodia della Torre d’Acri o con altro nome Torre Mozza , la quale appartiene a Policoro, poichè l’altra torre che sta vicino al fiume Sinni e si dice Torre diS.Basilio, appartiene alla terra detta di Rotondella,ma ormai sparita)

I beni degli Ulloa dal 1832 erano divenuti possesso effettivo degli Albisinni 

Gian Battista Albisinni morì il 6 novembre 1839 

 

 

                                                            

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giovanni Montesano autore del testo alla festa di S.Antonio abate a Policoro nel 1999.

  

 

 

               

 

 

 

 

 

 

Tradizioni cultural-religiose:

S.Giuseppe:           ‘i panedduzz

 S.Lucia:                  grano cotto

 Pasqua:                  ‘i lauredd

‘i pastizz’

                                     ‘a pupa ch’ d’ov’

Natale:                    ‘i crisp’

‘i past’zzott’

Assunzione:       ’i tagghiaredd  ccu latte

Tradizioni gastronomiche

‘a ‘nnugghia:era il salame dei poveri che si preparava insaccando nell’intestino tutti i tagli secondari del maiale dopo aver insaccato le soppressate e la salsiccia.

*Erano le parti del vucculare intorno alla entrata dello scannaturu e quindi invase dal sangue.

*Il polmone

*I nervetti e i muscoli più difficile da sminuzzare

*Il gasso residuo che veniva tolto dalla carne per gli altri salami gentili(sapursat’ e savizizz’)

Veniva lavorata tutta la carne che veniva tagliata a striscioline e tritata.

Alla miscela di carne tritate si aggiungeva la polvere di peperone rosso macinato in un macinino di pietra(vedi foto), dolce o piccante, i semi di finocchio selvatico , coriandolo detto dan_zin_, aglio


 

 


 


fresco tritato e sale marino in pietra che veniva preparato nel  mortale  dove veniva raffinato con una pietra particolare detta pisa_sal_.

Tutta questa carne veniva impastata con i pugni fino a quando non diveniva omogenea e poi veniva insaccata nell’intestino.

La durata dell’asciugatura durava 15 o 30 giorni e successivamente si conservava sotto sugna o in un locale fresco.

Si cucinava nella pignata con i cavoli.

O si usava per preparare un sugo col quale si condivano i frizzul’ con la mollica di pane, che sostituiva il formaggio grattugiato.

Picc_dat_    (pane a forma di grosso biscotto con un foro al centro)

Vecchia_redd_   (pizza con sardine piccanti)         

Sfu_gghiat_         ( tipo pizza con frittoli)

Muff_lett_           (pizza rustica in tortiera)

Sangui_nacc_  (sangue del maiale ,mescolato a mandorle e uva passa, (‘i pass’l) che si metteva nell’intestino crasso,quello che serviva per le soppressate,si cuoceva e dopo si mangiava tagliandolo a fette.

_a  pitt_             (pane a forma rotonda con foro grande al centro)

_i zanza_nedd_ (involtini di interiora di capretto o agnello lattanti) 

_i ghiomma_redd_

_a  cap_cedd_ (testina di agnello o capretto lattanti spaccate a metà e cucinate in tortiera con patate)

_i tapparedd_   (pasta rustica di casa con farina grezza- ‘u prffuggh’- di grano duro-)

_a pru_cchiazz_ (portulaca oleracea)

 

     

 

 

 

 

Tapparedd_  e  c_c_r_

   

 

 

 

 

AGRITURISMI

 

 

 

 

 

MARE

 

 

 

 

 

MONTI

I  divertimenti e gli utensili tradizionali

‘a   rumul_ (la trottola)

 

 

 

 

 

‘u zirr_zirr_ (raganella forse creata da Archita di Taranto)

  

 

 

 

 

 ‘u cup’ cup’

 

 

 

 

 

U’ mulinedd_ per macinare il peperone rosso per i salami

   

 

 

 

 

‘U forn                                                                                   ‘A pal’ e ‘u munn’l

 

 

 

Cittadini particolarmente particolari

Il fotografo più famoso e particolare di Rotondella è stato Leonardo Filomena  (nacque a Cersosimo il 24-6-1897 e morì a Policoro il 17-12-1979 ) conosciuto come Tei Movito.

Emigrato da Cersosimo (PZ) a Rotondella verso il 1918 dove  rimase  fino a quando nel 1920 emigrò in America per fare fortuna, ma dopo alcuni anni tornò e si dedicò a fare il fotografo girando per i paesi circostanti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

battesimo nel 1948                 bambini rotondellesi

 

 

 

 

 

famiglia rotondellese                    mamma e figlio

Il banditore di Rotondella è stato Antonio Stigliano conosciuto come Carrung’ u jetta_banne’

 

 

 

 

 

Alcuni bandi di Carrung’

 

Iè sung’ ‘u iettàbann’ r’ Rotondella

ch’ na scapa ri g’omm e nate r’ pell’

e  mi chiam’ Ndonij’ Carrung’

vag’ scavz’ e non mi pung’……

 

Cittadini di Rotondella!

è  venut’ u’ foraster’…..

Pisc’ a Sant’Rocch’ e Cach­_’allu Cumment_

 

Cittadini di Rotondella!

A ch’attruvate ‘nu ‘mbrell’

‘u purtass_r’ ‘a cas’ ru’ meric’ Bianc’!

A ch’ u trover_ e nonnu porter’

A mij poch’ mi n_importer’

 

A ch’_a truvate ‘na gaddin_

a purtass_r’ a casa meia,

si po’ a passata pa’ t’_jedd

m’n’ stipass’ ‘nu muzzich’_cedde.

 

Vito Agresti conosciuto come ‘U Giappon_

Descritto nel libro di Rocco Scotellaro  ‘’L’uva puttanella- Contadini del Sud’’

 

 

 

 

 

 

 

Giappone era corto e grigio,ma duro nella stessa pingue pancetta e nelle grosse natiche,con molto pelo pizzuto in capo e sugli occhi.

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Ecco il paese,rotondo in capo al colle,e le case disposte come la merlatura di una torre.

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Non capisco perché gli capitò di scrivere questa per esprimere,la prima volta,dal suo cuore ribelle e incredulo,un atto di fede nei ‘’martiri’’,nella ‘’sincerità’’,nel ‘’Primo Maggio’’,che veniva tra qualche mese,nel carcere,pieno di trenta occupatori di terra:

                   

      Memorie della mia vita

Poveri sogni miei d’amor beati

che nel meglio del gioir siete sfuggiti

suggestivi e lacerati

come uccel di bosco siete spariti.

 

L’amor che mi nacque fu amor pio

e fu stroncato dalla sorte ingrata.

Nei primi sogni d’amor la mia vita

mi trovo in un gran groviglio disperato.

 

Quel groviglio che vincolato mi tiene

dolor nel cuor mi serra

ed io con battaglia tagliar vorrei la rete

ma ogni speranza mi vien troncata.

 

Io sono contadino e ne vesto le spoglie,

e tutto ciò ? lo farò contro mia voglia.

Ma se il cervello si offusca o s’imbroglia

ne nascerà un battibecco o piglia piglia.

 

Io,ho rossor di questo,pien di rancor

E tu italica pien di lividor

Nostro scorno occulta,e nostro sudor;

 

Di me parlan di ferocia,e chi sa che male

E tutto si maschera del Papato e Quirinale.

Ah! Cotanti duol vanno nell’oblio

Vigliacca e barbara tirannia!

 

Vai mio dolente addolorato Verso

in giro per questo universo.

E perché fango-vita,sei così perversa?

E la coscienza dell’uom che è retrocessa!

 

Io martire e non riconosciuto

me ne infischio dei sapienti rincretiniti

da me poco sono riconosciuti.

Il primo maggio non è lungo ed il trono sarà atterrato.

 

Chi mi parla di realtà su questa vita?

Un imbecille o un impazzito,

uguaglianza bella,perché non dormi?

Atterriamo questi nocivi vermi.

 

E io, tra monti e valli,sfiderò la mia sorte

fra boschi fitti e inzinnanti pietre

sarà lì il regno della mia morte

con guardie gigantesche e bestie nere.

Personalmente ho conosciuto Vito Agresti il Giappone,  perché conosceva mio padre e perché sono stato a scuola con il figlio Totonno………e mi donò una sua poesia che custodisco molto gelosamente:

A mio figlio Totonno

Vorrei fa n’ fischio lungo e grando

alla gioventù di questo mondo,

di radunarla tutta al mio comando

e dirgli,la speranza resta al laureando.

(poesia scritta sul retro di un quadro di Tono Zancanaro amico suo come Carlo Levi)

Giuseppe Lippo ‘u sana_purcedd_

Un artigiano di Rotondella che creava finimenti per cavalcature e stagionalmente si dedicava a fare il chirurgo veterinario artigianale (sanaporcelle) per i maiali che si tenevano all’ingrasso per poi ammazzarli d’inverno e preparare i salami (savizizz_ , sopressat_ e ‘nnugghia più prosciutti,carne sott_aceto , vuccular_ e altri prodotti conservati per la famiglia.

Le setole servivano per i calzolai artigiani o scarpar_.

Ricordo quando d’estate col suo cavallo o mulo girava per la Trisaia col caldo e il cantare delle cicale,e mi faceva tornare alla mente il libro che spesso leggevo di un confinato torinese ad Aliano ‘’Cristo si è fermato a Eboli’’ di Carlo Levi che descriveva la sua arte in modo pittoricamente magistrale.

(il nipote Giuseppe è l’attuale gestore di un caratteristico ristorante di cucina tipica mediterranea-rotondellese.)

 

                      


 

 

 

 

 

 

 

Era il sana porcelle.

Sanare le porcelle significa castrarle,quelle che non si tengono a far razza,perché ingrassino meglio,e abbiano carni più delicate. La cosa,per i maiali,non è difficile,e i contadini la fanno da soli,quando le bestie sono giovani. Ma alle femmine bisogna togliere le ovaie,e questo richiede una vera operazione di alta chirurgia.

Questo rito è dunque eseguito dai sanaporcelle,mezzi sacerdoti e mezzi chirurghi.

Ce ne sono pochissimi:è un’arte rara,che si tramanda di padre in figlio.

Quello che io vidi, era un sanaporcelle famoso,figlio e nipote di sanaporcelle; e passava di paese in paese,due volte all’anno,a eseguire la sua opera. Aveva fama d’essere abilissimo: era ben raro che una bestia gli morisse dopo l’operazione. Ma le donne trepidavano ugualmente,per il rischio e l’amore per l’animale familiare.

L’uomo rosso si ergeva possente in mezzo allo spiazzo,e affilava il coltello.

Teneva in bocca,per aver libere le mani,un grosso ago da materassaio; uno spago,infilato nella cruna,gli pendeva sul petto; e aspettava la prossima vittima. Le donne esitavano attorno a lui:ciascuna spingeva la vicina o l’amica a portare per prima la sua bestia,con grandi esclamazioni e deprecazioni,Anche le scrofe pareva sapessero la sorte che le aspettava, e puntavano i piedi,o tiravano sulle corde per fuggire,e strillavano come ragazze impaurite,con quelle voci così umane.

Una giovane donna si fece innanzi con la bestia,e due contadini che facevano da aiutanti afferrarono subito la maialina rosea,che si dibatteva e gridava di spavento.

Tenendola ben ferma per le zampe,che legarono a dei paletti conficcati in terra,la sdraiarono a pancia all’aria.

La scrofa urlava,la giovane si fece il segno della croce,e invocò la Madonna di Viggiano,fra il mormorìo di partecipe consenso di tutte le altre donne;e l’operazione cominciò.

Il sanaporcelle,rapido come il vento,fece un taglio col suo coltello ricurvo nel fianco dell’animale:un taglio sicuro e profondo,fino alla cavità dell’addome. Il sangue sprizzò fuori,mescolandosi al fango e alla neve:ma l’uomo rosso non perse tempo:ficcò la mano fino al polso nella ferita,afferrò l’ovaia e la trasse fuori.

L’ovaia delle scrofe è attaccata con un legamento all’intestino: trovata l’ovaia sinistra, si trattava di estrarre anche la destra,senza fare una seconda ferita.

Il sanaporcelle non tagliò la prima ovaia,ma la fissò con il grosso ago,alla pelle del ventre della scrofa;e,assicuratosi così che non sfuggisse,cominciò con le mani a estrarre l’intestino,dipanandolo come una matassa.

Metri e metri di budella uscivano dalla ferita,rosate viola e grige,con la vene azzurre e i bioccoli di grasso giallo,all’inserzione dell’omento:ce n’era sempre ancora,pareva non dovesse finir più.

Finchè a un certo punto,attaccata all’intestino,compariva l’altra ovaia,quella di destra.

Allora,senza usare il coltello,con uno strattone,l’uomo strappò la ghiandola che era uscita allora,e quella che aveva appuntata sulla pelle;e le buttò,senza voltarsi,dietro di sé,ai suoi cani.

Erano quattro enormi maremmani bianchi,con le grandi code a pennacchio,i rossi occhi feroci,e i collari a punte di ferro,che li proteggevano dai morsi dei lupi. I cani aspettavano il lancio,e prendevano al volo,nelle loro bocche,le ovaie sanguinanti e poi si chinavano a leccare il sangue sparso per terra.

L’uomo non si interrompeva. Strappate le ghiandole,rificcò pezzo a pezzo,spingendolo con le dita,l’intestino dentro il ventre,ricacciandolo a forza quando quello,gonfio d’aria come un pneumatico,stentava a rientrare.

Quando tutto fu rimesso a posto,l’uomo rosso si cavò di bocca,di sotto i baffi,l’ago infilata,e con un punto,e un nodo da chirurgo,chiuse la ferita.

La scrofa,liberata dai ceppi,restò un attimo come incerta,poi si rizzò in piedi,si scrollò,e strillando si mise a correre per lo spiazzo inseguita dalle donne,mentre la giovane padrona,liberata dall’ansia,cercava nella tasca,sotto la sottana,le due lire di compenso per il sana porcelle.

L’operazione non era durata in tutto che tre o quatto minuti;e già un’altra bestia era afferrata dagli aiutanti,e coricata con la schiena a terra,pronta al sacrificio.

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Il sanaporcelle era partito la sera stessa per Stigliano,coperto di benedizioni,con i baffi rossi da sacerdote druidico,e il coltello del sacrificio.

Litorale ionico di Rotondella

La spiaggia di Rotondella ha circa 4.000 m. di litorale con un camping Rivolta(dal nome del bosco Rivolta del Pantano di Policoro)dotato di campeggio,ristorante tipico e dei lidi e un rudere del 1700 tipica struttura di archeologia industriale che ricorda i magazzini del barone Federici di Montalbano J. e servivano come deposito per i prodotti del feudo di Policoro che venivano inviati ai mercati di Napoli via mare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Confinati a Rotondella

 

 

 

 

 

 

 

Carmine Giorgio 65 anni fornaio soprannominato senzarecch’ fu tra i creatori in Puglia nel 1895 dei primi circoli del Partito Socialista Italiano.

 

Accusato di aver incitato la popolazione di Minervino ai saccheggi e alle devastazioni avvenute il 1° maggio 1898, nonché dell’uccisione nello stesso giorno del possidente Giovanni Battista Barletta, viene condannato a sette anni e cinque mesi di reclusione.

Alle elezioni politiche del 1900,mentre era ancora in carcere fu candidato nei collegi di Molfetta e di Corato.

Scarcerato nel giugno del 1903 a seguito di provvedimento di grazia, ripetutamente sollecitato dai Deputati Socialisti perché era generale il convincimento che egli fosse innocente.

Riprese la sua attività militante e dirigente del partito e delle organizzazioni di massa a Minervino Murge.

Passato al Partito Comunista subito dopo la scissione di Livorno,a seguito dei luttuosi avvenimenti del febbraio 1921 a Minervino Murge fu arrestato e condannato a 10 anni di reclusione.

Alle elezioni politiche dell’aprile 1924 fi l’unico dei candidati pugliesi del PCI ad essere eletto,ma l’elezione non fu proclamata,ed egli rimase in carcere.

In libertà dopo qualche anno nel dicembre 1926 venne assegnato al confino per 4 anni a Rotondella,a Palermo,a Ponza e infine a Potenza dove restò fino al 18 giugno 1930.

Poi in considerazione della sua avanzata età fu rilasciato con diverse restrizioni alla sua libertà.

Morì a casa sua il 13 novembre del 1943.

Dal 1926 al 1943 furono inviati alcuni esiliati:

Fossati Agostino

Giovanni Vara

Antonio Prono

Felice Fedro

Antonio Likat  minatore slavo

Giuseppe Zorat bracciante slavo

Italo Laziosi appaltatore di Forlì

Enrico Rocci scritturale di Pistoia

Giacomo Martinengo

Bruno Gardi

Aurelio Marzi

Angiolo Poli

La festa del patrono del paese S.Antonio da Padova

 

 

 

 

 





 


Tradizioni socioculturali e religiose

La festa si svolge il 13 giugno

Il giorno della festa si pranza con pasta tipo mezzi ziti o prima con pasta fatta in casa col sugo del gallo ruspante.

 

 

 

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